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Mi chiamo Sandro, ho 28 anni e sono nato in Italia, a Roma, da genitori filippini. 

Quando ripenso a com’ero un anno e mezzo fa, mi dico che quello che vive nei miei ricordi non potevo essere io. Oggi sono diverse persino le emozioni che provo, il contesto intorno a me è del tutto nuovo.  

Milano, i nuovi colleghi, qualche amico. Fino a un anno e mezzo fa il mio mondo era dentro le mura di casa, col mio pc, mia mamma e mia sorella più piccola. 

Un anno, solo un anno, e la mia vita è cambiata a 360 gradi.   

È iniziato tutto nell’estate del 2022 quando la psicoterapeuta che mi seguiva nel percorso di cura all’ospedale San Paolo, mi parlò di Soleterre nell’ambito di un servizio di supporto dedicato alle persone in difficoltà.  

Mi spiegò che questa Onlus aveva un programma che supportava chi, come me, era in una condizione di fragilità. Credo sia stato quello il primo passo verso il cambiamento. Decisi di fidarmi della mia psicoterapeuta. A luglio inviai una mail a Work Is Progress, il programma di Soleterre dedicato all’orientamento al lavoro e alla ricerca di impiego. 

Non lo sapevo ancora, ma stavo per lasciarmi definitivamente alle spalle quello che adesso chiamo il mio “periodo oscuro”: una fase della mia vita in cui la sofferenza mi portava a chiudermi in me stesso, fino alla decisione di abbandonare completamente il mondo esterno. Li chiamano hikikomori quelli come me, anche se ormai posso dirmi un ex- hikikomori.  

Fa ancora male ricordare quel periodo. Ricordo quando cominciò. Ero in quarta superiore ed ero appena tornato dalle Filippine, il paese dei miei in cui avevo vissuto parte dell’infanzia e dell’adolescenza. Partivo insieme ai miei genitori e a mia sorella e ci restavo anche dieci mesi di fila, alternando la frequenza a scuola tra Milano e le Filippine. Non era per niente facile riprendere il ritmo scolastico una volta tornato in Italia, ma la cosa più difficile era dover affrontare la cattiveria dei miei compagni di classe. A partire dal terzo anno fui vittima di bullismo e di razzismo.  

Per questo, quasi diciottenne, l’ultima volta che tornai dalle Filippine, insieme a mio padre e a mia sorella, decisi di mollare. La relazione tra i miei genitori era in crisi e io me n’ero accorto. La scuola non aiutava. La mia stanza, nell’appartamento del quartiere Gratosoglio, diventò il mio nuovo mondo.  

Nei mesi a venire, solo qualche timido tentativo di tornare a studiare, incoraggiato da mia madre. Tutti miseramente falliti. La sensazione di stare insieme ad altre persone in un luogo chiuso mi faceva dannare; mi sembrava di soffocare. Fu lo stesso anche quando un giorno tentai, con una lezione alla scuola serale, in un istituto in zona Loreto. Abbandonai dopo la prima lezione. 

A complicare il tutto, in quei mesi, fu la comunicazione arrivata dalla Questura. Per loro, anche se sono nato e cresciuto in Italia, non sono cittadino italiano a causa dei miei frequenti spostamenti verso le Filippine. Così al compimento dei 18 anni non ho potuto fare richiesta di cittadinanza italiana. Dovevo continuare a rinnovare il permesso di soggiorno.  

Ma in quel periodo non me la sentivo di uscire e la richiesta di rinnovo rimase disattesa.  

Il mio “periodo oscuro” proseguiva a intervalli. Alternavo periodi in cui stavo meglio, uscivo per fare lavoretti informali, anche perché, coi documenti non in regola, non potevo fare altro. Ho dato lezioni private di lingua e lavorato in un circolo sportivo. Non erano mai situazioni stabili, ma mi davano la speranza di poter tornare alla normalità. 

Ma la normalità, o forse anche qualcosa di più, è arrivata solo dopo l’incontro con lo staff di Work Is Progress. In quel momento ho creduto di potercela fare. La prima volta che sono andato nella sede di Work Is Progress, in via Abbiati, nel quartiere San Siro, era l’estate del 2022. Mia mamma volle accompagnarmi. Incontrammo Karim e Claudia.  

Da quel colloquio capii cosa avrei dovuto fare. Mi diedi obiettivi precisi e la mia prospettiva rispetto alle cose cambiò completamente. 

Claudia, la consulente legale del programma, mi ha seguito affinché sistemassi tutte le pratiche per tornare ad avere un documento riconosciuto e valido. È stata lei a darmi tutte le indicazioni sulle cose da fare, a indicarmi in quali uffici andare e la documentazione da compilare e presentare.  

Grazie a lei sono riuscito a ottenere il permesso di protezione internazionale, il documento con cui ho potuto finalmente cercare un lavoro vero, in regola e più stabile. 

Proprio in quei mesi lo staff del programma Work IS Progress mi segnalò un’opportunità che poteva fare al caso mio: un corso di formazione professionale per addetti all’allestimento fieristico. Era da anni che non studiavo più, che non affrontavo un corso in aula con docenti e compagni, ma il desiderio di tornare a farlo era fortissimo. Così decisi di di mettermi in gioco e iscrivermi.  

Il corso durava un mese, tutto luglio (era il 2023) ed era finalizzato all’inserimento lavorativo di persone con background migratorio. Era organizzato presso l’Artwood Academy, una sede di formazione dell’agenzia Randstad, partner di Work Is Progress.  

Il luogo in cui si svolgevano le lezioni era stupendo. Qualche modulo teorico e poi, per la maggior parte del corso, ho allenato competenze pratiche di falegnameria. Ho scoperto così un lavoro nuovo che mi piaceva. Il senso di soffocamento che avevo provato l’ultima volta che ero stato in un’aula scolastica era svanito. I miei compagni erano persone gentili e i docenti disponibili. 

Al termine del corso, Work Is Progress ha preparato me e gli altri corsisti ad uno speed meet, una giornata di brevi colloqui con aziende del settore fieristico interessate ad assumere nuovo personale per il montaggio e lo smontaggio di stand fieristici. Mi sono preparato molto per quei colloqui e un’azienda ha mostrato apprezzamento verso le mie competenze, tanto da offrirmi un contratto di lavoro a tempo determinato, di 3 mesi.  A settembre scorso ho iniziato la mia prima vera esperienza lavorativa e non sarebbe potuta andare meglio. Il rapporto con i miei responsabili e con i colleghi è stato è ottimo, il lavoro mi entusiasma, anche se richiede un certo impegno fisico. Si tratta spesso di sollevare materiali o di ri-organizzarli in magazzino. Ma sono ancora giovane e forte per svolgere queste mansioni!  

Continuo a pensare che per una persona come me che è rimasta chiusa in casa così a lungo, quest’opportunità sia stata la svolta. Perché non si trovano facilmente in giro percorsi di formazione, e ancor meno un posto di lavoro con le tutele del caso 

Dopo i primi tre mesi, il mio contratto è stato prorogato, prima per altre due settimane,  poi di nuovo per due mesi. A breve terminerà, ma i miei responsabili mi hanno comunicato l’intenzione di tenermi in squadra e di propormi di continuare a lavorare con loro.  

La cosa che più mi piace del mondo del lavoro è sentire che ho occasione di farmi apprezzare e di apprendere. Mi fa sentire realizzato! Spero davvero che questa esperienza prosegua e che si sommi alle tante altre cose belle che il futuro vorrà riservarmi.  

Ho la mia wish list di cose che mi piacerebbe fare d’ora in poi, da solo o con la mia famiglia. Tra queste c’è sicuramente un viaggio nelle Filippine. Sono trascorsi più di dieci anni dall’ultima volta. Mi stimola l’idea di rivedere i miei cari, esplorare un po’ di più il paese, assaggiare nuovi piatti! 

E poi, c’è il desiderio più grande: continuare a lavorare anche per poter sostenere la mia famiglia e gli studi di mia sorella. Chissà magari anche io riuscirò a conseguire il diploma prima o poi, riprendendo gli studi superiori in amministrazione e finanza. Mi aiuterebbe ad affrontare meglio la quotidianità, con più strumenti. 

Mi rendo conto che oggi guardo al futuro con occhi nuovi. Il mio sguardo è pieno di speranza. Ho capito che anche lo sguardo si può allenare. Ci sono riuscito grazie al supporto costante che ho ricevuto da Work Is Progress e alla fiducia che ho sentito da parte delle persone che ci lavorano.  

Le ringrazio infinitamente per questo. 


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